Il palco del Teatro Borsoni di via Milano giovedì 12 marzo è diventato un osservatorio sull’economia e sulla geopolitica globale. Con la tappa conclusiva dell’edizione 2026 di Top 500, il progetto omnichannel promosso dal Gruppo editoriale Athesis insieme a PwC Italia e in collaborazione con l’Università di Verona, Brescia è stata il punto di incontro tra analisi economica, visione politica e prospettive industriali. Un appuntamento partecipato e denso di contenuti, che ha portato sul palco alcuni tra i principali interpreti del dibattito economico e geopolitico contemporaneo, chiamati a confrontarsi su uno dei temi più urgenti per il futuro del continente: l’in-dipendenza strategica dell’Europa. Un filo conduttore che attraversa energia, tecnologia, materie prime e transizione ecologica, in linea con le parole pronunciate al Forum di Davos dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, secondo cui l’autonomia europea rappresenta «un imperativo strutturale per il 2026».
A guidare la serata sono stati il direttore di Bresciaoggi Massimo Mamoli, affiancato dal vicedirettore Giulio Tosini e dai giornalisti Paola Buizza e Gianpaolo Laffranchi, che hanno accompagnato il pubblico in un percorso di riflessione capace di intrecciare numeri, scenari e prospettive. Il cuore dell’iniziativa resta lo studio sulle prime 500 imprese della provincia, raccontato in un inserto speciale di 64 pagine. Un’analisi che fotografa lo stato di salute della manifattura bresciana tra fatturati, ricavi e solidità finanziaria. Un sistema produttivo che, nonostante un contesto internazionale complesso e dopo il rimbalzo del biennio 2022-2023 successivo alla crisi pandemica, continua a dimostrare capacità di adattamento e apertura verso nuovi mercati.
Ad aprire la serata è stato proprio Mamoli, che ha subito portato il pubblico dentro la dimensione più ampia del dibattito: quella del destino politico, economico e culturale dell’Europa e dell’Italia in una fase di grande incertezza internazionale. «Parliamo del nostro destino politico, economico e culturale – ha esordito – ma anche della nostra identità nazionale, di un Paese che spesso non riesce a ricomporsi nemmeno di fronte a segnali deflagranti che arrivano dal mondo». Un riferimento alle tensioni che attraversano anche la politica interna. «Se una nazione non riesce a superare le proprie divisioni interne – ha osservato – rischia di perdere un altro treno della storia».
Il direttore ha poi allargato lo sguardo al contesto internazionale, descrivendo il momento attuale come una fase di transizione: «Viviamo in un tempo sospeso. Non siamo più tra le macerie della guerra da cui è nata l’Europa, ma ci troviamo in una zona grigia della storia: tra un ordine che sta svanendo e un nuovo ordine che ancora non riusciamo a vedere con chiarezza». Nel suo intervento è risuonato anche il richiamo alle parole pronunciate nei giorni scorsi dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «Non lasciamo che il mondo torni alle barbarie», ha ricordato Mamoli citando il Capo dello Stato, collegando questo monito a una delle intuizioni più inquietanti del pensiero di Alexis de Tocqueville: quella di «un futuro oscillante tra libertà democratica e nuove forme di autoritarismo».
Il confronto
Il confronto è poi entrato nel merito delle ricadute economiche di questo scenario globale. Tra i protagonisti della serata anche Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, Feralpi Group e Union Brescia, protagonista di un dialogo sul futuro dell’industria lombarda intervistato dal vicedirettore Giulio Tosini. «Se torniamo indietro di cinque o sette anni – ha spiegato Pasini – vediamo che sono cambiati tantissimi equilibri all’interno dell’Europa». Per decenni, ha ricordato, il continente ha vissuto con la certezza della protezione strategica garantita dagli Stati Uniti. «Siamo cresciuti con l’idea che ci fosse sempre qualcuno sopra di noi, soprattutto dal punto di vista militare. Dopo i conflitti mondiali e con il piano Marshall i nostri nonni e i nostri padri hanno ricostruito l’Europa sapendo che c’erano gli Stati Uniti a garantire la difesa del nostro territorio». Oggi però lo scenario è profondamente mutato. «Con l’intervento di Donald Trump la situazione è cambiata – ha osservato – ma non è solo Trump: è stato eletto due volte, e questo significa che una parte molto significativa della popolazione americana pensa che gli Stati Uniti debbano fare la loro politica militare ed economica, mentre l’Europa deve imparare a fare la propria».
Nel frattempo nuove potenze avanzano rapidamente sul piano tecnologico e industriale. «La Cina sta correndo – ha aggiunto Pasini – lo vediamo ogni giorno nei mercati, nelle nuove tecnologie, nell’intelligenza artificiale e anche nel settore automotive». In questo contesto l’Europa ha scelto con decisione la strada della transizione ecologica. «Qualche anno fa abbiamo sposato il Green Deal – ha detto – e io non ho nulla contro il Green Deal. Però abbiamo preso questa strada senza guardare abbastanza cosa stessero facendo gli altri Paesi».
Il nodo, secondo Pasini, resta soprattutto quello energetico. «Oggi ci troviamo spiazzati davanti ai cambiamenti che stanno avvenendo, soprattutto sul piano energetico. Perché, piaccia o no, è dall’energia che passa lo sviluppo delle nostre imprese e dei nostri territori».
Il confronto sull'Europa
All'europarlamentare e vice presidente del Gruppo PPE, Massimiliano Salini, il compito di palare di Europa e la sfida tra neutralità tecnologica e tutela dell'industria. «Il settore dell'automotive ha un'imponenza che non riguarda solo la siderurgia, ma anche la chimica. I paletti imposti al 2025 non sono stati rispettati, così come i target fissati per il 2030: le case automobilistiche devono fare i conti con il mercato. Inoltre, l'esasperata proiezione verso una mobilità elettrica fa il gioco dei nostri competitor,quasi tutta la totalità degli elementi che costituiscono l'auto elettrica è di origine cinese o comunque non europea».
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Energia
Un tema che è tornato al centro del confronto anche con l’intervento di Giovanni Perrone, responsabile Portfolio Management and Trading di A2A, intervistato da Gianpaolo Laffranchi. Perrone ha sottolineato come le tensioni internazionali rendano evidente la vulnerabilità del sistema energetico europeo: «La crisi mediorientale conferma in modo molto chiaro la fragilità energetica dell’Europa e in particolare dell’Italia, legata alla dipendenza dalle fonti fossili importate».
Agricoltura
A portare la voce del mondo agricolo è stato Alberto Cavagnini, vicepresidente di Coldiretti Brescia, intervistato dalla giornalista Paola Buizza. «Quando parliamo di indipendenza europea pensiamo subito all'energia o all'economia delle imprese - ha spiegato Cavagnini - ma c'è un tema che spesso diamo per scontato ed è quello dell'indipendenza alimentare». Per chiarire la portata della questione ha richiamato alcuni dati globali. «Nel mondo si producono circa 3 miliardi di tonnellate di cereali, ed è sostanzialmente la stessa quantità necessaria per sostenere la popolazione mondiale. Questo significa che parliamo di un equilibrio estremamente fragile».
Instabilità geopolitica
Lo sguardo si è poi allargato alla dimensione geopolitica con l’intervento dell’analista Dario Fabbri, direttore della rivista Domino, che ha tracciato una lettura dei nuovi equilibri globali tra Americhe, Artico, Medio Oriente e guerra in Ucraina, delineando un mondo sempre più attraversato da competizione strategica e ridefinizione delle sfere di influenza.
L'analisi economica
Tra i momenti più attesi l’analisi dell’economista Veronica De Romanis, docente alla Luiss e alla Stanford University di Firenze. Il successo della serata ha confermato ancora una volta la centralità di Brescia nel dibattito economico nazionale: non solo per la forza del suo tessuto produttivo, ma anche per la capacità di interrogarsi sul futuro in un momento storico segnato da trasformazioni profonde.