Direttore della rivista Domino, edita da Enrico Mentana, giornalista e saggista (il suo ultimo libro, “Sotto la Pelle del Mondo” è uscito per Feltrinelli nel settembre del 2024), Dario Fabbri ha un approccio molto particolare allo studio e all’analisi dei fatti del mondo: la geopolitica umana. E sarà proprio attraverso questa la lente che analizzerà i temi che oggi occupano le pagine dei giornali e un giorno quelle dei libri di storia – cosa rappresenta l’elezione di Trump per gli Stati Uniti e per il mondo, il tentativo di congelamento della guerra in Ucraina, i dazi che Trump minaccia all’Italia, la competizione tra USA e Cina, la situazione in Medio Oriente – durante i quattro incontri di Top 500, l’appuntamento annuale di PwC Italia e del gruppo editoriale Athesis, il cui focus quest’anno sarà “L’Europa e la difficile transizione del mercato”.
Cosa s’intende per “geopolitica umana”?
È un approccio che è nato durante il mio percorso di studi in scienze politiche. Consideravo quel metodo di studio e di analisi fallace, perché non parlava mai dei popoli, ma sempre della sovrastruttura, della rappresentazione della realtà, ed era del tutto incentrato sull’Occidente, sulla lingua inglese, quasi l'impero americano fosse per sempre. E per questo l'ho abbandonato. La geopolitica umana, invece, è uno studio che parte dal basso, che prende in considerazione i popoli, le culture, la linguistica, veri motori delle grandi trasformazioni storiche e sociali.
Come si può leggere, ad esempio, il “fenomeno Trump” nell’ottica della geopolitica umana?
Già che ci sia un “fenomeno Trump” è conseguenza del fatto che non viene fatta un’analisi dal basso. Leggere Trump come un “imperatore” è sbagliato, per capire veramente quello che sta succedendo bisogna analizzare le motivazioni che hanno portato la maggioranza degli americani a votare Trump. E non stiamo parlando di New York o della California, ma degli Stati Uniti interni. Qui si percepisce una profonda stanchezza, quella di una popolazione che ritiene di portare solo sulle sue spalle il peso della supremazia degli Stati Uniti nel mondo, di un Paese che pensa di essere stato lasciato solo. Una recriminazione, questa, che rivolgono soprattutto a noi europei.
E invece qual è la lettura che si può dare dell’Italia?
L’Italia è il Paese più vecchio del mondo, con un’età media di 48 anni. È un paese che ormai si ritiene estraneo ai dibattiti internazionali, che vuole conservare il suo stato attuale, si rinchiude in se stesso. Non ci sentiamo partecipi della contemporaneità. Anche la mentalità dei giovani non è davvero quella dei giovani, è una mentalità da cinquantenni. I giovani italiani sono preoccupati per il futuro, per il mondo che lasceranno alle prossime generazioni, e questo, per quanto lodevole, non è una mentalità giovane. Il tempo dei giovani è il presente.
Quindi sono gli Stati “giovani” a partecipare alla contemporaneità?
Sicuramente nessuna delle grandi rivoluzioni della storia è stata portata a termine da Paesi “anziani”, ma, per quanto sia una condizione necessaria, non è sufficiente. Ci sono molti tasselli che si devono incastrare perché uno Stato possa essere veramente protagonista della scacchiera internazionale, come la posizione geografica, la disponibilità di risorse, la stabilità.
E quali sono, oltre gli Stati Uniti, gli altri Paesi che ora hanno queste caratteristiche?
Gli Stati Uniti in realtà sono un Paese giovane principalmente grazie all’immigrazione, che ora sembra sia osteggiata ma che in realtà gli è necessaria. Sicuramente un altro Paese con queste caratteristiche è il Messico, che infatti è in veloce ascesa, e poi la Cina e la Russia, pur non essendo paesi realmente giovani. Nel caso della Russia, si tratta infatti di un paese che vive ancora il mito dell’Impero, come si è visto con l’invasione dell’Ucraina.